VDGG > ALT



I Van Der Graaf Generator sono una band molto speciale per il pubblico italiano, e l'unico vero gruppo sopravvissuto della stagione del rock progressivo, considerando che sia gli Yes che i Jethro Tull in circolazione sono in realtà scampoli di passato che utilizzano il nome per mere necessità economiche (l'una senza il frontman, l'altra con solo quello). Dal 2005, anno in cui sono riapparsi come band (Peter Hammill non era mai scomparso, avendo più o meno sempre realizzato un disco all'anno a proprio nome dal 1969), il mio rapporto con la band ed i loro dischi si è piuttosto modificato; cresciuto direi. Da allora ho realizzato un sito (PH VDGG) che tiene traccia del loro lavoro negli anni, ho conosciuto personalmente Hammill, Banton ed Evans, li ho seguiti in concerto, ed ho assistito anche ad almeno uno dei migliori show di Hammill; esperienze che hanno modificato in modo sensibile il mio punto di vista sui loro dischi. Da allora un elemento portante del suono della band, il sassofonista David Jackson, se ne è andato (leggi: è stato allontanato) per problemi caratteriali, ed il trio superstite ha dovuto reinventare gli equilibri del proprio suono. In modo egregio in concerto, come dimostra Live At The Paradiso del 2007, fratello gemello del live Real Time del quartetto del 2005. In modo più strutturato in studio, con due album molto elaborati, molto studiati ed anche riusciti ed apprezzati dal pubblico come il lucido Trisector del 2008, un tentativo di rendere gradevole e contemporaneo le proprie canzoni, e lo sghembo A Grounding In Numbers del 2011, lavoro che i ritmi geometrici e l'esuberanza delle tastiere rendono più affine a certi EL&P se non Gentle Giant (Free Hand) che ai gotici e fiabeschi Van Der Graaf del passato. Gli show del trio dimostrano però che il nuovo materiale non costituisce nulla di più del tessuto sonoro da cui prendere il largo verso gli esaltati e visionari grandiosi affreschi del passato. Mi era capitato in cuor mio di rimpiangere in qualche modo una certa mancanza di coraggio del trio che si presenta al nuovo secolo (millenio) con sobrietà quasi a sottolineare di non essere legati a schemi sonori considerati troppo fuori moda: l'avanguardia ed il rock sinfonico. Qualche cosa deve essere scattato nel concepire ALT, perché qui il gioco dei Van Der Graaf Generator appare niente meno che ribaltato. Non solo ALT non è un disco educato e corretto, ma neanche è un disco che ripesca nel confortante mondo del noto e del passato. ALT non è niente di meno di un disco sperimentale, d'avanguardia, come quelli che comparivano nei negozi di dischi nel 1970 e poco oltre. Alla Pink Floyd o alla Can o Faust per intenderci - in effetti non assomiglia affatto ad alcun disco dei VDGG. Intanto Peter Hammill, tradizionalmente autore principale e front man, non canta neppure. C'era un secondo CD ad accompagnare quel Present del 2005 citato sopra (un doppio cd in studio! Merce più rara di un doppio vinile…), un disco di improvvisazione in cui il quartetto si riscaldava in studio di registrazione per ritrovare l'intesa dopo un così lungo silenzio, per registrare le nuove canzoni. Peter Hammill paragona questo ALT a quel lontano disco, ma si tratta più di un richiamo al metodo di lavoro che al suono; per effetto dell'affascinante sax di Jackson la seconda parte di Present era venato di improvvisazione jazzistica qui del tutto assente. Non piacque molto ai fans, ma mi accorgo che personalmente è il lavoro che preferisco fra quelli dei redivivi VDGG. Diversa è la sperimentazione di ALT: pura improvvisazione, senza alcun programma e senza nessun progetto, tanto che si tratta per lo più di riscaldamento di studio o di sound check, divertissement che non era previsto sarebbe stato udito da alcuno. Molto basata su batteria ed organo (e non c'è da stupirsene, visto che Hammill è più cantante che strumentista, e che qui decide di non cantare mai), richiama tanto una band che con i Van Der non ha mai avuto a che fare, i Pink Floyd cosmici di Ummagumma e tutte le band tedesche che ne sono rimaste influenzate, dai Tangerine Dream in la. E un po' di Soundscapes (nelle parti di Hammill).
Già di per sé un disco "sperimentale", il primo nel music biz dopo quarant'anni, avrebbe tutte le carte in tavola per essere tenuto in gran considerazione dai palati fini. Poi è anche molto agradable, a patto ovviamente di essere portati per il rarefatto suono cosmico dei nomi citati, dai Dream ai Floyd ai tedeschi. Si potrebbe obiettare che nessuno avrebbe avuto da ridire se in questa ora (e un minuto) di musica avessero trovato posto anche un paio di canzoni di Hammill, magari come quelle due che chiudono il suo recente disco solista Consequences che sembrano scritte apposta apposta per i Van Der Graaf. Ma non è nello stile di Hammill, rigido classificatore amante della pulizia e del rigore: se ALT doveva essere un disco di echi (Echoes) di improvvisazione nella nebbia, così lo deve essere dagli uccellini della prima traccia alle note dell'ultima.

Blue Bottazzi BEAT


consiglio per l’acquisto: musica strumentale improvvisata con suggestioni fra i Pink Floyd cosmici e i soundscapes.

rating del recensore: ★★★


VDGG World Tour 2012


VdGG in North America:

June
22nd Nearfest, Bethlehem PA
23rd Sellersville Theater, Sellersville PA
24th Ram's Head, Annapolis MD
27th Howard Theater, Washington, DC
28th The Regent Theater, Arlington MA
29th Tralf Music Hall Buffalo NY
30th The Concert Hall, New York Society for Ethical Culture, New York, NY - tickets here:

July
2nd Le Palais Montcalm, Quebec City
3rd Montreal Jazz Festival

VdGG in Japan:

August
23rd Club Citta, Kawasaki
25th Prog Fes Hibiya Open Air Theatre Tokyo

Peter Hammill Italian Tour 2012


Setlists:

Trieste, Teatro Miela 10/05/2012

The Siren Song(Van der Graaf 'song)
Too many of my Yesterdays
Just good friends
Bravest Face
Time Heals
Comfortable
Shingle Song
Central Hotel
Stumbled
Amnesiac
Patient
Faculty X
The Mercy
A Better Time
A Run of Luck
Traintime
Encore: Modern

Schio, Teatro Astra, 11/05/2012

The Comet, The Course, The Tail 
If I Could 
Driven 
Sitting Targets 
Been Alone So Long 
Last Frame (Van der Graaf 'song) 
Easy to Slip Away 
The Unconscious Life 
Close To Me 
Losing Faith in Words 
Undone 
Slender Threads 
The Habit of the Broken Heart (Van der Graaf Generator 'song) 
- On Tuesdays She Used to Do - Yoga 
A Run Of Luck 
Stranger Still 
Encore: Ophelia 

Milano, Salumeria Della Musica 13/05/2012

My Room - waiting for wonderland - (Van der Graaf Generator 'song)
That Wasn't What I said
Autumn
Meanwhile my Mother
Your Times Starts Now(Van der Graaf Generator 'song)
Vision
Last Frame(Van der Graaf 'song)
The Birds
Stumbled
Afterwards(Van der Graaf Generator 'song)
Modern
- This Side of - The Looking Glass
Bravest Face
The Mercy
A Run of Luck
Still Life (Van der Graaf Generator 'song)
Encore: House With No Door (Van der Graaf Generator 'song)


Dalla “Terra Incognita”, il cantore delle stelle e dei vuoti interiori e il suo tour italiano

“Le canzoni per me sono solo un pretesto, un vestito attorno all'emozione che raccolgo dall'aria e porto alla gente. Io sento quello di cui chi mi ascolta ha bisogno in un certo momento e suono quell'emozione, nessuna mia interpretazione sarà mai uguale all'altra”.
A cena, dopo il concerto di Trieste, queste le parole di un Peter Hammill intento a consumare a fatica mezza cotoletta con una foglia d'insalata.
Un uomo di un'eleganza e una cordialità estranee ad un paese chiassoso come il nostro che pure la sua musica ha amato più di qualsiasi altro, perchè teatrale, altamente manifestata, come in un “nostro” rito cristiano e pagano al contempo, tra donne urlatrici ma pie, dal viso coperto con un velo nero, mentre i fiori dispensano un tripudio di colori e il sole incendia il bianco delle case.
Perennemente sospeso tra una vitalità estrema e il senso di morte, il dramma nell'accezione più arcaica del termine e la grazia, Hammill, ha voluto dedicare all'Italia tre date davvero speciali per presentare il suo nuovo album Consequences, qui recensito poco tempo fa.
Una forma vocale eccezionale, capace di abissi sempre più terrifici con gli anni e vette ora urlate, ora appena sussurrate in un sofferto falsettone rinforzato da contraltista di formazione gesuita, quale è stato, che traghetta in una frazione di secondo al boato in voce piena.
L'immagine che resta è quella di un corpo esile che si contorce in continui spasmi su una chitarra e un pianoforte strazia(n)ti. Un uomo che non ha bisogno di vestirsi in un modo particolare (una lunga camicia bianca e un pantalone di tuta nera per tutte e tre le date) e che può permettersi anche indifferenza nei riguardi della perfezione esecutiva, relegandola come lui dice “ai cultori della musica classica”. Un'artista che non ha necessità di risultare presente sul palco in altro modo che non sia la messa in scena di sé, di ciò che gli è dato nel momento, con un'autenticità che non ha termini di paragone passati e presenti, ma moltissimi epigoni, dichiarati e non.
Tre date differenti, più misurata quella di Trieste, inventiva e a suo modo “perfetta” nel dispensare emozione senza riserve e accuratezza esecutiva quella di Schio, estremamente passionale quella milanese.
Il Teatro Miela a Trieste è gremito e l'organizzazione di Davide Casali e Musica Libera ineccepibile. Eccellente l'audio, pianoforte Yamaha gran coda, chitarra acustica, graditissima la presenza del Peter Hammill & Van Der Graaf Generator Study Group, uno dei massimi organi di studio mondiali della musica del cantore inglese.
L'inizio è dei migliori con una The Siren Song cantata con fervore e nitidezza vocale, il suono della voce tenuto alto sul palato e “di testa” con una risonanza, un pathos e un controllo di dinamiche che letteralmente “scuote” il pubblico dalle poltrone. I migliori episodi della serata sono le esecuzioni di Bravest Face, dal nuovo album, di gran lunga più apprezzabile dal vivo e di A Better Time, qui proposta in una versione inedita, sommessa, fino all'esplosione in un liberatorio, lungo acuto finale. Quando a cena gli chiedo del perchè di una performance così differente da quella in studio e dai live precedenti che mi sono passati tra le mani, Hammill, sicuro, risponde “quando ho scritto il pezzo era importante comunicare alla gente che non c'era alcun migliore momento per svegliarsi alla propria vita e il brano era un inno, oggi... ogni periodo storico merita di essere cantato in modo diverso”. I primi secondi di Shingle Song, cantati a cappella, sono da pelle d'oca. Ancora una volta, la performance di Patience, mostra come questo sia il brano che per quanto tecnicamente tra i più impegnativi, l'interprete inglese sa affrontare con una sicurezza senza riserve e grande resa emotiva, un capolavoro di classe compositiva e partecipazione interpretativa che merita l'entusiasmo del pubblico.
Da un concerto bellissimo a Trieste ad uno meraviglioso a Schio.
A rendere peculiare la data, felicemente organizzata dall'associazione 'Schiolife' e Claudio Canova, la scelta di esibirsi inizialmente alla chitarra e, poi, al piano - un insolito Yamaha digitale - attraverso una formula inconsueta con ben 4 set diversi: chitarra - piano- chitarra e pianoforte ancora, un inedito nella storia delle esibizioni di questo artista. Poi, la dedica introduttiva a Driven e Sitting targets: scelte per 'il paese della macchina'. Schio, appunto. Dove nel 1892 viene acquistata - da Gaetano Rossi - la prima autovettura italiana.
Ma ancora... Levitas. Ecco come meglio qualificare l'approccio di Hammill al palcoscenico di Schio, Teatro Astra. Anche a fronte delle liriche più 'pesanti'. Si veda la divertita spiegazione a corollario dei (drammatici) versi di Close to me. “Non sono io in pericolo” - afferma PH - riferendosi, sorridendo, al testo. Non tutto è autobiografico, aggiunge, in italiano: “Io scrivo delle storie”. E subito - mettendo(ci) in guardia dal rischio, costante, dell'equivoco, dell'incomprensione - si lancia in una indimenticabile Losing faith in words, gemma assoluta del concerto. La fonte: A Black box, 1980. L'album che ogni seguace di Tom Yorke “dovrebbe” accostare. Il concerto ha inizio con una Comet, magica come non mai, al piano apre invece una splendida Easy to slip away dal primo vero disco solista del 1973. Magie anche nel secondo set di chitarra: Slender Threads e Yoga con Been alone so long e la inattesa accoppiata Last Frame e The habit of the broken heart, pescate dall'ultimo album dei "vecchi" Van der Graaf.
Un'altra sorpresa il secondo set di piano con la splendida A run of luck prima della conclusiva Stranger Still, sussurrata, con il finale - “a stranger, a wordly man”- rivolto al pubblico, intonato senza microfono.
La sobria, concisa eleganza nei gesti, la sicurezza esecutiva - rade le imperfezioni, pure pensando al recente passato - ed i frequenti sorrisi - incluso il consueto saluto: “grazie per la sera” - hanno catturato per cento minuti gli oltre duecento presenti. Sino all'ovazione finale. Con Hammill - sfinito - indotto a scusarsi per la mancata concessione di un secondo bis, richiesto a gran voce, dopo Ophelia, alla chitarra, con un pathos in più. Difficile esprimere giudizi diversi dal superlativo. Hammill a Schio ha confermato la grande forma vocale ma ha aggiunto una cura nella esecuzione strumentale in un concerto bellissimo, con una scelta di brani assolutamente inedita e dilatata in un passato importante quanto in un presente rappresentato con grande urgenza interpretativa.
Pausa di un giorno e poi Milano, la Salumeria della Musica. Tra i pochi templi della musica ormai sopravvissuti in una città che “era”, anche, culla culturale e che ora è divenuta sintesi della nevrotica sopravvivenza, di chi “fa” e non sa perché.
Un club ben più raccolto rispetto alle precedenti location, cosa che consente di accogliere e amplificare (grazie anche ad un'eccellente regia audio) ogni minima sfumatura interpretativa della voce di questo cantore delle stelle e dei vuoti interiori, qui spesso condotta a un drammatico canto gutturale con prolungati kargyraa che manifestano con cupa chiarezza il valore espressionista delle “canzoni”. Il tema della serata, dirà Hammill è “Il passato e il presente” e su tale assunto è organizzata la scaletta. Il primo è ben presentato da intense versioni di Last Frame, Vision, Modern e House With No Door, le ultime due, giustamente, salutate dalle standing ovation di un pubblico calorosissimo, con la presenza, tra le altre, di una folta e colorita rappresentanza del sito rockprogressive.it, che ha raccolto preziosi documenti dell'evento. Hammill, ha saputo, a modo suo, ringraziare con una serata che resterà nella memoria collettiva molto a lungo. Al presente sono ascrivibili le versioni di That Wasn't What I Said e A Run Of Luck da Consequences, The Mercy e Stumbled da Thin Air, Your Time Starts Now da A Grounding in Numbers dei Van Der Graaf Generator, per chi scrive, mai apprezzate in versioni così vibranti e pulite in un'esecuzione dal vivo, tali da creare una distanza non colmabile nel confronto con quelle in studio.
Assai riduttivo, come nei due precedenti appuntamenti, parlare di “concerto”. Un recital, che riduce la dimensione temporale ad una piega davvero imperscrutabile, che toglie significato alle categorie musicali e che ha il potere di impaurire, commuovere, stranire. L'alieno (al mondo) Rikki Nadir di Nadir's Big Chance (concept proto punk del 1975), ha voluto salutare ancora l'Italia da vicino e tra un sorriso e un'increspatura del viso sempre più scavato a fondo dal tempo, ha fatto ritorno in quella “Terra Incognita”, studio dove prendono forma le sue lucide e drammatiche visioni, “per studiare i brani della prossima tournée con i Van Der Graaf Generator” come ci racconta dal palco lui stesso. A Giugno il prossimo capitolo discografico di una carriera che, ormai, ha dell'incredibile.

Claudio Milano
- contributi per Schio di Emilio Maestri (Peter Hammill and Van Der Graaf Generator Study Group) e Alberto Della Rovere -
Foto e video a cura di Massimiliano Cusano (rockprogressive.it)

PH > Consequences


Fie! Aprile 2012

Eat My Words, Bite My Tongue (5' 29'') 
That Wasn't What I Said (5' 18") 
Costantly Overheard (4' 18'') 
New Pen-pal (4' 04") 
Close To Me (4' 05")
All The Tiredness (5' 54") 
Perfect Pose (7' 02") 
Scissors (5' 17") 
Bravest Face (4' 39") 
A Run Of Luck (3' 55") 

All songs by Peter Hammill 
Recorded and mixed at Terra Incognita, Wilts 2011/12 
Produced, played and sung by Peter Hammill 

note: (lo sto ascoltando)
consiglio per l’acquisto: il miglior album solista del nuovo secolo
rating del recensore: ✭✭✭✭


PH 2012


Peter Hammill > PNO GTR VOX Live Performances


Fie! Records, 10 ottobre 2011

disc 1 "What if I forgot my guitar?"


1. Easy to Slip Away (da Chameleon in the Shadow of the Night) 
2. Time Heals (da Over) 
3. Don t Tell Me (da Enter K) 
4. Shell (da Skin) 
5. Faculty X (da pH7) 
6. Nothing Comes (da Everyone You Hold) 
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon (da Singularity) 
9. Traintime (da Patience) 
10. Undone (da Thin Air) 
11. The Mercy (da Thin Air) 
12. Stranger Still (da Sitting Targets) 
13. Vision (da Fool's Mate) 


disc 2 "What if there were no piano?"


1. Comfortable (da Patience) 
2. I Will Find You (da Fireships) 
3. Driven (da Clutch) 
4. The Comet, the Course, the Tail (da In Camera) 
5. Shingle Song (da Nadir's Big Chance) 
6. Amnesiac (da X My Heart) 
7. What s it Worth? (da Chameleon...) 
8. Ship of Fools (da Vital) 
9. Slender Threads (da Chameleon…) 
10. Happy Hour (da Enter K) 
11. Stumbled (da Thin Air) 
12. Central Hotel (da Sitting Targets) 
13. Modern (da The Silent Corner and the Empty Stage) 
14. Ophelia (da Sitting Targets) 


brani di Peter Hammill
registrato nel tour del 2010 in UK e Giappone

Peter Hammill: voce, piano, chitarra


PH in concerto per sola voce, accompagnata dal pianoforte oppure dalla chitarra acustica, è probabilmente il modo più vero, essenziale, vergine di testimoniare le sue canzoni. Nessun arrangiamento, nessun belletto, nessuna influenza (prog, new wave, soft) ma solo la sua nuda creazione. Tanto che i pezzi cantati ed ascoltati in questa veste diventano estremamente omogenei, e le differenze di epoca (parecchi decenni) e di “genere” scompaiono di fronte alla nuda anima, che si più che mai contemporanea o per meglio dire fuori dal tempo.

Il disco è registrato in UK ed in Giappone, ed è stato organizzato in un modo originale: mentre PH dal vivo cambia postazione dal pianoforte o alla chitarra ogni tre o quattro canzoni, qui ha messo su un CD tutte le canzoni per piano e sul secondo quelle per chitarra, chiamando i due rispettivi dischi “cosa se avessi dimenticato la mia chitarra?” e “cosa se non ci fosse il piano?”; aggiungendo il valore aggiunto del paradosso (i suoi testi sono così ricchi di giochi di parole da essere difficilmente comprensibili per intero, specie ad uno spettatore italiano) che nel disco dove compare la parola “chitarra” si suona il pianoforte, e viceversa.

C’è almeno un precedente, Typical Solo Performances, registrato nel 1992 ed edito nel 1999, in cui PH registrava un suo concerto acustico per piano e/o chitarra. Più una seconda testimonianza degli show dello stesso anno, In The Passionkirche Berlin 92, per CD o DVD. Non a caso Typical è “tipicamente” citato come il disco preferito di PH dalla gran parte dei suoi fedeli fan.

Rispetto a Typical la scelta dei brani è forse meno orientata ai pezzi più famosi, ma il risultato è parimenti straordinario. Bastano tre o quattro ascolti perché chi conosce PH ami totalmente il disco, non so quanti per i neofiti della sua arte - ma vale assolutamente la pena di provarci; in particolare per chi è già orientato all’ascolto di canzoni di una certa profondità, come, tanto per mettere l’acquolina, a quelle del miglior Nick Cave.

leggi anche Blue Bottazzi BEAT


consigli per l'acquisto:

rating del recensore: ★★★★

la band

i Van Der Graaf Generator in formazione completa in una foto del 1969 tratta da The Least We Can Do: Peter Hammill, Hugh Banton, Nic Potter, Guy Evans, David Jackson...

da sx a dx: Hugh, Guy, Peter, Nic, Jaxon...

Van Der Graaf Generator in Italia, 2011



Da sempre c’è stato un feeling fra i Van Der Graaf Generator ed il pubblico italiano, ed il legame era evidentissimo mentre il pubblico andava affollandosi sul piazzale dell’elegante Conservatorio di Milano: erano palpabili l’emozione, l’eccitazione e la percezione di sentirsi uniti, confratelli, di fronte all’evento di un incombente spettacolo di culto e di cultura, una delle rare occasioni in questa epoca barbara di “sottocultura” televisiva e ottusità di marketing (l’era glaciale della finanza?).
La cornice del Conservatorio, poi, si presta particolarmente a fare da scenario naturale per una band di questo spessore - quanto pareva fuori posto rivederli qualche giorno dopo in un palazzetto dello sport. Una band come i VDGG dovrebbe suonare in scenari all’altezza della sua musica, da piazze lastricate ad anfiteatri antichi. Purtroppo il suo pubblico non è abbastanza numeroso per permetterlo sempre: carbonari della musica perduta, non tanti ma tanto innamorati.
Lo show dei Van Der Graaf Generator non è un semplice concerto. È piuttosto un rito, una evocazione gotica e pagana, un viaggio nell’oceano verso il gorgo del Maelstrom; è una mistica evocazione del Kraken. L’intera orchestra è rappresentata da due soli musicisti, che suonano però almeno per quattro: Guy Evans batte sui tamburi da elemento ritmico e solista assieme; Hugh Banton suona l’organo ed il synt, asseconda il pianoforte di Peter, e non lascia riposare neppure le gambe pigiando senza riposo sui pedali del basso, tutto all’unisono. “Come può una band suonare senza un basso?” si chiedeva Jerry Garcia, ma lui si riferiva ai Doors di Jim Morrison e Ray Manzarek. Peter, convoca Nic Potter!
I sacerdoti del rito sono Peter Hammill, l’artista che oggi alla Voce aggiunge piano e chitarra elettrica, e David Jackson ai suoi melodici e potenti sassofoni. Ma siccome Jaxon non c’è più dai tempi di un brutto litigio con la band, PH è restato solo a celebrare. I temi gotici dei Van Der Graaf si prestano ad essere evocati da lunari lavori come Man-Erg, Killers, Darkness, Refugees; Plague Of Lighthouse Keepers persino (se non fosse che quest’ultima non viene purtroppo mai suonata nel repertorio live della band). Al contrario, gli show di questo tour 2011 sono concentrati - legittimamente - sui due lavori più recenti, quelli del “trio”, come ci si riferisce ormai parlando dell’ultima reincarnazione del generatore. Ed è proprio con Interference Patterns e Mr Sands (che la prima sera mi erano sembrate addirittura identiche nella loro omologazione) che il vascello prende il largo, con l’equipaggio del pubblico e i traghettatori della band. Brani recenti che non evocano più di un po’ di burrasca, quanto basta per spaventare il cuore dell’equipaggio. La ballata lenta di Your Time Starts Now piace ai fan, ma a me pare persino un po’ banale, ed il suo contraltare di Lifetime è più da album solista di PH che da VDGG. Lemmings a Milano manca di qualche cosa: è il sax?
Cambia l’atmosfera con la lunga, incantata, ipnotica Meurglys III. Bellissima, è uno di quei magici momenti che vorresti non finissero mai; la burrasca si fa Tempesta, la magia si realizza ed il Kraken è evocato; se ne percepiscono i tentacoli fra la schiuma nera del mare. A Milano i momenti magici comprendono anche una selvaggia Childlike Faith in Childhood's End e il bis immoto di Still Life. A Cesena invece spunta Man-Erg, un’emozionante esplosione di musica che risucchia il pubblico nel vortice ipnotico del maelstrom. A Vicenza (dove però io non c’ero) va persino meglio, quando Bunsho è seguito da Gog e dalla amatissima La Rossa, e con The Sleepwalkers come bis.
A Roma per la prima data mi dicono che la band è apparsa un po’ frenata; a Milano PH è sembrato soffrire nei pezzi nuovi, molto complessi, dove la tensione di suonare sembrava smorzargli anche il canto, che si trasforma, si alza e si fa forte solo nell’esecuzione dei classici. A Cesena (ed a Vicenza) i brani nuovi invece paiono trasformati, la band è sicura e Peter canta con furore fin dall’inizio. La scaletta è la stessa, ma la sensazione molto diversa. I migliori fra i pezzi nuovi sono All Over The Place da A Grounding In Numbers e Over The Hill da Trisector. Quasi classici.
A Cesena per l’ultima tappa del tour italiano il pubblico è in visibilio e lo dimostra con applausi continui a scena aperta a sottolineare i momenti più lirici ed intensi. Peccato solo che il trio non abbia rispettato la promessa di una “grande sorpresa” per l’ultima serata del tour italiano. Il concerto è stato splendido, ma la lunghezza la stessa, la scaletta grosso modo pure e il bis sempre e solo uno.
La Tempesta Perfetta? No, ma forse quasi. Come dice Peter, raggiungere la perfezione significherebbe smettere di cercare e fermarsi, e lui vuole andare avanti.
Anche questa volta i Van Der Graaf Generator sono passati. Essere testimoni di un loro concerto non è solo un grande piacere. È un avvenimento, è un onore ed un privilegio. Una pietra miliare che resta nel tempo scritta nella nostra storia personale di ascoltatori della Musica. Chi c’era lo sa.

Blue Bottazzi BEAT


Van Der Graaf Italian Tour 2011


Blue Bottazzi & VDGG


da sinistra a destra: Peter Hammill, Blue, Hugh Banton, Guy Evans

Sono passati. Anche questa volta. Arrivati, Roma, Milano, Vicenza, Cesena. Hanno incantato il pubblico e sono ripartiti. Vederli è stato un grande piacere ed un grande onore. A cui ho unito il privilegio di passare un po' di tempo nell'intimità della band. Non il genere di esperienza che si scordi.

Roma, Parco della Musica, 4 aprile 2011:

Interference Patterns
Mr Sands
Your Time Starts Now
All That Before
Lifetime
Bunsho
Childlike Faith in Childhood's End
All Over The Place
Over The Hill
(We Are) Not Here
Man-Erg
+
Scorched Earth

Milano, Conservatorio, 7 Aprile:

Interference Patterns
Mr Sands
Your Time Starts Now
Lemmings
Lifetime
Bunsho
Meurglys III
All Over The Place
Over The Hill
(We Are) Not Here
Childlike Faith in Childhood's End
+
Still Life

Vicenza, Teatro Comunale, 8 aprile:

Interference Patterns
Mr Sands
Your Time Starts Now
Scorched Earth
Lifetime
Bunsho
Gog
La Rossa
All Over The Place
Over The Hill
Man-Erg
+
The Sleepwalkers

Cesena, Palasport, 9 aprile 2011:

Interference Patterns
Mr Sands
Your Time Starts Now
All That Before
Lifetime
Bunsho
Meurglys III
All Over The Place
(We Are) Not Here
Over The Hill
Man-Erg
+
Scorched Earth

PS: il mio ringraziamento speciale va a Emilio Maestri e al PH & VDGG Study Group, per avermi introdotto nel sancta sanctorum della band ed oltre. Ed al trio per avermici accolto.

Trovate una recensione dello show su Blue Bottazzi BEAT.